Comprare meno, indossare più a lungo: la ricercatrice nel settore tessile Tina Tomovic invita a un approccio consapevole all’abbigliamento. Foto: privata
Weniger kaufen, länger tragen: Textilforscherin Tina Tomovic plädiert für einen bewussten Umgang mit Kleidung. Foto: Privat
Acheter moins, porter plus longtemps: Tina Tomovic, chercheuse spécialisée dans le textile, plaide en faveur d’une approche responsable vis-à-vis des vêtements. Photo: DR
«Comprare meno vestiti è la cosa che fa la differenza»
«Weniger Kleidung zu kaufen, bewirkt am meisten»
Acheter moins de vêtements et les porter longtemps, le geste le plus efficace
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L'industria tessile è uno dei settori che consuma più risorse al mondo. In questa intervista, una ricercatrice specializzata in tessili e design, con particolare attenzione alla sostenibilità, spiega cosa dovrebbero tenere presente gli appassionati di moda attenti all'ambiente quando acquistano capi di abbigliamento.
Die Textilindustrie zählt zu den ressourcenintensivsten Branchen der Welt. Was umweltbewusste Modefans beim Kleiderkauf beachten sollten, sagt eine Textil- und Designforscherin mit Fokus Nachhaltigkeit im Interview.
La chercheuse en textile Tina Tomovic décrypte les ressorts de la fast-fashion et ses alternatives. Ses conseils pour repérer le greenwashing surprennent par leur simplicité.
Il fast fashion e i tempi di utilizzo sempre più brevi dei capi di abbigliamento comportano un aumento del consumo di materie prime ed energia, oltre che una maggiore produzione di rifiuti. Si sta tuttavia delineando una tendenza opposta: sempre più marchi minori puntano su metodi di produzione più sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale. Ma come si riconosce l’abbigliamento sostenibile? E quali sono gli indizi di greenwashing nel settore della moda? Ne abbiamo parlato con Tina Tomovic, ricercatrice nei settori del tessile, del design e della sostenibilità presso l’Università di Lucerna , nonché membro della giuria del Fair Fashion Award. Il Fair Fashion Award, che nel 2026 giungerà alla sua terza edizione, premia le aziende sostenibili e responsabili del settore tessile.
Signora Tomovic, perché ha deciso di dichiarare guerra al fast fashion?
Per me non si tratta di una lotta in senso stretto, poiché non vogliamo escludere dal dibattito sulla sostenibilità le grandi case di moda – che spesso operano alla velocità del fast fashion, portando con sé le pratiche «non sostenibili» ad esso associate. È però un dato di fatto che oggi moltissimi capi di abbigliamento vengano indossati solo per un breve periodo. La durata di utilizzo si attesta oggi a soli uno-tre anni e continua a diminuire, mentre vengono prodotti e acquistati sempre più capi nuovi. Ciò grava sulle risorse, sull’ambiente e, non da ultimo, anche sulle persone coinvolte nella produzione.
Secondo lei, perché la moda sostenibile è ancora meno conosciuta rispetto alla fast fashion?
Da alcuni anni osserviamo una tendenza verso l’«ultra fast fashion», in cui le nuove collezioni vengono lanciate sul mercato a intervalli sempre più brevi e i capi di abbigliamento vengono offerti a prezzi molto bassi. Tuttavia, le ripercussioni lungo l’intera catena del valore stanno diventando sempre più evidenti. Allo stesso tempo, cresce la consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo a questa problematica. La moda equosolidale riceve quindi maggiore attenzione rispetto a qualche anno fa. Ciononostante, i grandi operatori del fast fashion dispongono di budget pubblicitari enormi e di un’elevata visibilità, mentre molti marchi di moda equosolidale sono più piccoli e meno presenti sul mercato. È quindi ancora più importante che i consumatori e le consumatrici vengano a conoscenza delle alternative disponibili e della differenza che le loro scelte di acquisto possono fare.
Rispetto a dieci anni fa, quali sviluppi positivi nota già nel settore della moda?
In passato, la sostenibilità nel settore industriale era spesso considerata una semplice moda; oggi è ormai comunemente riconosciuto che si tratta di un atteggiamento e di una necessità. In particolare, le norme regolamentari annunciate nell’UE hanno stimolato negli ultimi anni il dibattito sull’impatto ambientale e sociale dell’abbigliamento. Per questo motivo, oggi molte aziende si occupano in modo più approfondito delle proprie catene di approvvigionamento e garantiscono una maggiore trasparenza. Anche i consumatori chiedono sempre più spesso dove e in quali condizioni siano stati prodotti i loro capi di abbigliamento. Inoltre, si osserva una tendenza al rammendo e alla riparazione. A ciò ha contribuito, tra l’altro, il fatto che i marchi di moda e i media abbiano portato maggiormente il tema all’attenzione dell’opinione pubblica.
In che modo il Fair Fashion Award può contribuire a rendere la moda sostenibile più visibile e attraente per il grande pubblico?
Il Fair Fashion Award offre un palcoscenico alle aziende nominate e premiate. Questo palcoscenico diventa ogni anno più grande e contribuisce a dare visibilità alla moda sostenibile. Il premio in denaro di 20'000 franchi consente inoltre alle vincitrici e ai vincitori di sviluppare ulteriormente le misure di sostenibilità già in atto o di realizzare nuovi progetti. Soprattutto per le piccole imprese, questa somma può fare davvero la differenza.
I premi possono modificare il comportamento dei consumatori o hanno piuttosto un valore simbolico?
Una cerimonia di premiazione di per sé non basta a cambiare le abitudini di consumo. I premi possono tuttavia esercitare un effetto leva: aumentano l’attenzione sui temi della sostenibilità, fanno conoscere marchi innovativi a un pubblico più ampio e stimolano il dibattito su un consumo più consapevole. In questo modo contribuiscono a far sì che i consumatori e le consumatrici entrino in contatto, per la prima volta, con alternative sostenibili. I premi sono quindi più di un semplice gesto simbolico: sono uno dei tanti tasselli nel percorso verso un comportamento di consumo più sostenibile.
Cosa dovrebbe succedere affinché la moda sostenibile diventi davvero mainstream?
A tal fine, da un lato sono fondamentali chiari quadri normativi che promuovano una gestione sostenibile e garantiscano una maggiore trasparenza lungo le catene di approvvigionamento. Altrettanto determinante è che i grandi attori del mercato si impegnino e si impegnino a rispettare obiettivi di sostenibilità vincolanti. Grazie alla loro portata, possono accelerare in modo significativo i cambiamenti nel settore. Ma anche i marchi più piccoli hanno un ruolo determinante. Rispetto alle grandi aziende, spesso sono in grado di reagire più rapidamente alle nuove conoscenze, testare soluzioni innovative e definire così nuovi standard.
In quali ambiti si riscontra attualmente la maggiore necessità di sensibilizzazione in materia di acquisti sostenibili?
In questo ambito, spesso sono proprio gli approcci più semplici ad avere il maggiore impatto. Tra questi, in primo luogo, c’è l’acquisto di meno capi di abbigliamento e il fatto di indossare più a lungo quelli che già si possiedono. Molte persone sottovalutano l’influenza che queste scelte hanno sull’impronta ambientale di un capo di abbigliamento. Inoltre, c’è ancora bisogno di sensibilizzazione riguardo alla cura dei capi. Chi si prende cura dei propri capi nel modo giusto può prolungarne la durata e ridurre l’impatto ambientale. Ciò significa, ad esempio, lavare solo a basse temperature, evitare l’uso dell’asciugatrice e stirare solo quando è davvero necessario.
Come si può verificare se un marchio di abbigliamento agisce davvero in modo sostenibile?
I rapporti sulla sostenibilità e le certificazioni ambientali o di commercio equo e solidale possono costituire un utile punto di riferimento. Essi indicano se un’azienda si occupa di tematiche quali la sostenibilità ambientale, le condizioni di lavoro o la trasparenza. Tuttavia, è sempre opportuno considerare queste informazioni nel loro contesto. Proprio le grandi aziende di moda dispongono spesso delle risorse necessarie per redigere rapporti sulla sostenibilità molto dettagliati. Lo stesso vale per le certificazioni: i relativi processi possono essere complessi e costosi. Non è raro che marchi più piccoli soddisfino o addirittura superino i requisiti di una certificazione, ma non possano permettersi il processo di certificazione stesso. In qualità di consumatori, è quindi importante prestare attenzione ai dettagli. Un marchio comunica in modo trasparente la propria catena di approvvigionamento, i materiali utilizzati e i propri obiettivi? Vengono indicate misure concrete o le dichiarazioni rimangono vaghe?
Ci sono marche che, in linea di principio, non acquista mai?
In linea di massima cerco di acquistare il meno possibile capi nuovi e, quando possibile, di sostenere i negozi locali. Di solito non faccio acquisti presso catene di fast fashion come H&M, Zara o Mango. Tuttavia, non voglio escludere categoricamente nessun marchio. Per me è più importante consumare in modo consapevole e prolungare la durata dei capi d’abbigliamento piuttosto che condannare in modo generalizzato singole aziende.
Come può un profano capire, mentre fa shopping, se un capo di abbigliamento è stato prodotto in modo sostenibile? Esistono delle regole generali a tal proposito?
Spesso è difficile valutare quanto un capo di abbigliamento sia effettivamente sostenibile basandosi esclusivamente sul prodotto stesso. Esistono tuttavia alcuni indizi a cui i consumatori attenti all’ambiente possono prestare attenzione. Tra questi figurano una lavorazione accurata, cuciture robuste e materiali progettati per durare nel tempo. Anche la qualità del tessuto gioca un ruolo importante: i materiali molto sottili spesso si consumano più rapidamente e devono essere sostituiti prima. Una regola generale è quella di scegliere solo capi che possano essere indossati a lungo. Un capo di alta qualità, che rimane in uso per diversi anni, è solitamente la scelta più sostenibile rispetto a un capo economico che deve essere sostituito dopo poco tempo.
Quali sono i segnali che indicano un caso di greenwashing nel settore della moda?
Un segnale d’allarme è rappresentato dai concetti vaghi di sostenibilità, i cui criteri vengono definiti dall’azienda stessa, come ad esempio la linea «Conscious» di H&M. Considero con occhio critico anche le campagne di ritiro dei capi di abbigliamento. Spesso non viene comunicato in modo trasparente cosa ne sia dei capi restituiti. Inoltre, tali programmi possono indurre ad acquistare nuovi capi, sebbene l’approccio più sostenibile consista nel fare meno acquisti e nel utilizzare i capi che già si possiedono il più a lungo possibile.
Fast Fashion und immer kürzere Tragezeiten von Kleidungsstücken führen zu einem steigenden Verbrauch von Rohstoffen und Energie sowie zu mehr Abfall. Es macht sich jedoch ein Gegentrend bemerkbar: Immer mehr kleinere Labels setzen auf umwelt- und sozialverträglichere Produktionsweisen. Doch woran erkennt man nachhaltige Kleidung? Und was sind Hinweise auf Greenwashing in der Modebranche? Wir haben bei Tina Tomovic, Forscherin in den Bereichen Textil, Design und Nachhaltigkeit an der Hochschule Luzern sowie Jurorin beim Fair Fashion Award, nachgefragt. Der Fair Fashion Award wird 2026 zum dritten Mal vergeben und zeichnet nachhaltige und verantwortungsvolle Unternehmen in der Textilbranche aus.
Frau Tomovic, warum haben Sie beschlossen, Fast Fashion den Kampf anzusagen?
Für mich ist es kein Kampf im eigentlichen Sinne, da wir die grossen Modehäuser – die vielfach mit der Geschwindigkeit von Fast Fashion agieren und damit verbundene «unnachhaltige» Praktiken mit sich ziehen – nicht aus der Nachhaltigkeitsdebatte ausschliessen wollen. Tatsache ist aber, dass heute sehr viele Kleidungsstücke nur noch eine kurze Zeit getragen werden. Die Tragedauer liegt heute bei lediglich ein bis drei Jahren und sinkt weiter, während immer mehr neue Kleidung produziert und gekauft wird. Das belastet Ressourcen, Umwelt und nicht zuletzt auch die Menschen, die an der Herstellung beteiligt sind.
Wieso ist Fair Fashion Ihrer Meinung nach noch weniger bekannt als Fast Fashion?
Seit einigen Jahren beobachten wir einen Trend hin zu Ultra Fast Fashion, bei dem neue Kollektionen in noch kürzeren Abständen auf den Markt kommen und Kleidung zu sehr tiefen Preisen angeboten wird. Die Auswirkungen entlang der gesamten Wertschöpfungskette werden jedoch zunehmend sichtbar. Gleichzeitig wächst das Bewusstsein in der Bevölkerung für diese Problematik. Fair Fashion erhält deshalb mehr Aufmerksamkeit als noch vor einigen Jahren. Dennoch verfügen grosse Fast-Fashion-Anbieter über enorme Werbebudgets und eine hohe Sichtbarkeit, während viele Fair-Fashion-Marken kleiner sind und weniger präsent auftreten. Umso wichtiger ist es, dass Konsumentinnen und Konsumenten erfahren, welche Alternativen es gibt und welchen Unterschied ihre Kaufentscheidungen machen können.
Wo sehen Sie im Vergleich zu vor zehn Jahren bereits positive Entwicklungen in der Modebranche?
Früher wurde Nachhaltigkeit in der Industrie oftmals als Trend betrachtet, heute wird gemeinhin verstanden, dass es eine Haltung und Notwendigkeit ist. Insbesondere angekündigte regulatorische Vorgaben in der EU haben in den vergangenen Jahren die Diskussion über die ökologischen und sozialen Auswirkungen von Kleidung vorangetrieben. Daher setzen sich heute viele Unternehmen intensiver mit ihren Lieferketten auseinander und schaffen mehr Transparenz. Auch Konsumentinnen und Konsumenten fragen häufiger nach, wo und unter welchen Bedingungen ihre Kleidung hergestellt wurde. Ausserdem sehen wir einen Trend zum Flicken und Reparieren. Dazu beigetragen hat unter anderem, dass Modemarken und Medien das Thema stärker ins öffentliche Bewusstsein gerückt haben.
Wie kann der Fair Fashion Award dazu beitragen, nachhaltige Mode sichtbarer und attraktiver für die breite Masse zu machen?
Der Fair Fashion Award bietet den nominierten und den ausgezeichneten Unternehmen eine Bühne. Diese wird von Jahr zu Jahr grösser und hilft dabei, nachhaltiger Mode eine Plattform zu bieten. Das Preisgeld von 20’000 Franken ermöglicht es den Gewinnerinnen und Gewinnern zudem, bestehende Nachhaltigkeitsmassnahmen weiterzuentwickeln oder neue Projekte umzusetzen. Gerade für kleinere Unternehmen kann dieser Betrag einen entscheidenden Unterschied machen.
Können Awards das Konsumverhalten verändern, oder bleiben sie eher symbolisch?
Eine Awardshow allein verändert das Konsumverhalten noch nicht. Awards können jedoch eine Hebelwirkung entfalten. Sie steigern die Aufmerksamkeit für nachhaltige Themen, machen innovative Marken einem breiteren Publikum bekannt und regen Diskussionen über bewussteren Konsum an. Dadurch tragen sie dazu bei, dass Konsumentinnen und Konsumenten nachhaltige Alternativen überhaupt erst kennen lernen. Awards sind deshalb mehr als reine Symbolik, sie sind ein Baustein von vielen auf dem Weg zu einem nachhaltigeren Konsumverhalten.
Was müsste passieren, damit nachhaltige Mode wirklich im Mainstream ankommt?
Dafür sind zum einen klare regulatorische Rahmenbedingungen, die nachhaltiges Wirtschaften fördern und für mehr Transparenz entlang der Lieferketten sorgen, zentral. Ebenso entscheidend ist, dass grosse Marktakteure mitziehen und sich zu verbindlichen Nachhaltigkeitszielen bekennen. Aufgrund ihrer Reichweite können sie Veränderungen in der Branche wesentlich beschleunigen. Doch auch kleinere Marken haben eine entscheidende Rolle. Sie können im Vergleich zu Konzernen oft schneller auf neue Erkenntnisse reagieren, innovative Lösungen testen und so neue Standards setzen.
In welchen Bereichen besteht im Zusammenhang mit nachhaltigem Shopping aktuell der grösste Aufklärungsbedarf?
Unspektakuläre Ansätze haben hierbei oft die grösste Wirkung. Dazu gehört vor allem, weniger Kleidung zu kaufen und vorhandene Stücke länger zu tragen. Viele Menschen unterschätzen, welchen Einfluss diese Entscheidungen auf die Umweltbilanz eines Kleidungsstücks haben. Weiter besteht Aufklärungsbedarf bei der Pflege von Kleidung. Wer Kleidungsstücke richtig pflegt, kann ihre Lebensdauer verlängern und die Umweltbelastung reduzieren. Dazu gehört beispielsweise, nur bei tiefen Temperaturen zu waschen, auf den Trockner zu verzichten und nur dann zu bügeln, wenn es wirklich nötig ist.
Wie kann man überprüfen, ob eine Kleidermarke wirklich nachhaltig handelt?
Nachhaltigkeitsberichte und Umwelt- oder Fair-Trade-Zertifikate können eine hilfreiche Orientierung sein. Sie zeigen, ob sich ein Unternehmen mit Themen wie Umweltverträglichkeit, Arbeitsbedingungen oder Transparenz auseinandersetzt. Allerdings sollte man diese Informationen immer im Kontext betrachten. Gerade grosse Modeunternehmen verfügen oft über die Ressourcen, um umfangreiche Nachhaltigkeitsberichte zu erstellen. Ähnliches gilt für Zertifizierungen: Die entsprechenden Prozesse können aufwendig und kostspielig sein. Es kommt nicht selten vor, dass kleinere Labels die Anforderungen einer Zertifizierung erfüllen oder sogar übertreffen, sich den Zertifizierungsprozess aber nicht leisten können. Als Käuferin oder als Käufer sollte man darum genau hinschauen. Kommuniziert eine Marke transparent über ihre Lieferkette, ihre Materialien und ihre Ziele? Werden konkrete Massnahmen genannt oder bleiben die Aussagen vage?
Gibt es Marken, die Sie selbst grundsätzlich nicht kaufen?
Grundsätzlich versuche ich, so wenig wie möglich neu zu kaufen und wann immer möglich lokale Geschäfte zu unterstützen. In der Regel kaufe ich nicht bei Fast-Fashion-Ketten wie H & M, Zara oder Mango ein. Doch ich möchte keine Marke kategorisch ausschliessen. Mir ist wichtiger, bewusst zu konsumieren und die Lebensdauer von Kleidung zu verlängern, als einzelne Unternehmen pauschal zu verurteilen.
Wie lässt sich als Laie beim Shoppen herausfinden, ob ein Kleidungsstück nachhaltig produziert wurde? Gibt es dafür Faustregeln?
Wie nachhaltig ein Kleidungsstück tatsächlich ist, lässt sich allein anhand des Produkts oft nur schwer beurteilen. Es gibt jedoch einige Hinweise, auf die umweltbewusste Konsumentinnen und Konsumenten achten können. Dazu gehören eine sorgfältige Verarbeitung, robuste Nähte und Materialien, die auf Langlebigkeit ausgelegt sind. Auch die Stoffqualität spielt eine Rolle: Sehr dünne Materialien nutzen sich häufig schneller ab und müssen früher ersetzt werden. Eine Faustregel ist, nur Kleidung zu wählen, die lange getragen werden kann. Ein hochwertig verarbeitetes Kleidungsstück, das über mehrere Jahre im Einsatz bleibt, ist meistens die nachhaltigere Wahl als ein günstiges Teil, das nach kurzer Zeit ersetzt werden muss.
Was sind Hinweise auf Greenwashing in der Modebranche?
Ein Warnsignal sind schwammige Nachhaltigkeitsbegriffe, bei denen die Kriterien vom Unternehmen selbst definiert werden, wie beispielsweise die «Conscious»-Linie bei H & M. Kritisch betrachte ich auch Kleiderrücknahmeaktionen. Häufig wird nicht transparent kommuniziert, was mit den zurückgegebenen Kleidungsstücken geschieht. Zudem können solche Programme dazu verleiten, neue Kleidung zu kaufen, obwohl der nachhaltigste Ansatz darin besteht, weniger zu shoppen und vorhandene Stücke möglichst lange zu nutzen.
La fast-fashion et la réduction constante de la durée de vie des vêtements augmentent la consommation de matières premières et d’énergie, tout en générant davantage de déchets. Une tendance inverse émerge, de plus en plus de petites marques adoptent des modes de production plus écologiques et plus équitables. Mais comment reconnaît-on des vêtements durables? Et quels sont les signes révélateurs du «greenwashing» dans le secteur de la mode? Nous avons interrogé Tina Tomovic, chercheuse spécialisée dans le textile, le design et le développement durable à la Haute École spécialisée de Lucerne, et membre du jury du Fair Fashion Award. Ce prix, qui sera décerné pour la troisième fois en 2026, récompense les entreprises durables et responsables du secteur textile.
Pourquoi avez-vous décidé de vous attaquer à la fast-fashion?
L’objectif n’est pas d’exclure les grandes marques, mais de les intégrer au dialogue sur la durabilité, malgré leur lien fréquent avec la fast-fashion. Le fait est toutefois qu’aujourd’hui, de très nombreux vêtements ne sont portés que pendant une courte période. La durée de vie des vêtements, désormais limitée à un à trois ans selon certaines études, contraste avec l’augmentation de la production et des achats de neuf. Les conséquences sont lourdes pour les ressources, l’environnement et surtout pour les travailleurs.
À votre avis, pourquoi la mode équitable est-elle encore moins connue que la fast-fashion?
Ces dernières années, l’ultra fast-fashion s’est imposée, avec des lancements de collections toujours plus rapprochés et des prix extrêmement bas. Les impacts sur toute la chaîne de valeur de l’habillement deviennent, eux, de plus en plus manifestes. Parallèlement, la population prend de plus en plus conscience de cette problématique. La fair fashion bénéficie donc d’une attention accrue par rapport à il y a quelques années. Alors que les grands acteurs de la fast-fashion disposent d’énormes budgets publicitaires et d’une grande visibilité, de nombreuses marques de mode équitable, plus petites, restent moins présentes. Il est donc d’autant plus important que les consommatrices et consommateurs découvrent les alternatives existantes et comprennent l’impact que peuvent avoir leurs choix d’achat.
En dix ans, quels progrès concrets le secteur de la mode a-t-il réalisés?
Autrefois, la durabilité était souvent considérée comme une simple tendance dans l’industrie. Il est désormais largement reconnu que la transition vers une mode plus responsable est non seulement souhaitable, mais nécessaire. Les récentes initiatives réglementaires de l'UE ont, ces dernières années, intensifié le débat sur les impacts écologiques et sociaux de l’habillement. C’est pourquoi de nombreuses entreprises s’intéressent aujourd’hui de plus près à leurs chaînes d’approvisionnement et veillent à une plus grande transparence. Les consommateurs et consommatrices s’interrogent également de plus en plus souvent sur le lieu et les conditions de fabrication de leurs vêtements. On observe par ailleurs une tendance au raccommodage et à la réparation. Cette évolution s’explique notamment par le fait que les marques et les médias ont davantage sensibilisé le grand public à cette question.
De quelles façons le Fair Fashion Award peut-il accroître la visibilité et l’attrait de la mode durable auprès du grand public?
Le Fair Fashion Award agit comme une plateforme de visibilité pour les nominés et les lauréats, dont l’influence s’amplifie d’année en année au service de la mode durable. Les 20’000 francs attribués offrent aux lauréats les moyens d’intensifier leurs actions déjà engagées ou de déployer de nouveaux projets, ce qui peut faire toute la différence pour les petites entreprises.
Les prix peuvent-ils modifier les habitudes de consommation, ou leur portée reste-t-elle plutôt symbolique?
Une cérémonie de remise de prix ne suffit pas à elle seule à modifier les comportements de consommation. Les prix peuvent toutefois avoir un effet de levier. Ils attirent l’attention sur les questions de développement durable, font connaître des marques innovantes à un public plus large et suscitent des débats sur une consommation plus responsable. Ils contribuent ainsi à faire découvrir aux consommateurs et consommatrices des alternatives durables. Les prix sont donc bien plus qu’un simple geste symbolique, ils constituent l’un des nombreux éléments qui mènent à des comportements de consommation plus durables.
Que faudrait-il pour que la mode durable s’impose véritablement auprès du grand public?
Pour cela, il est essentiel de disposer, d'une part, d’un cadre réglementaire clair qui favorise une gestion durable et garantisse une plus grande transparence tout au long des chaînes d’approvisionnement. Il est tout aussi crucial que les grands acteurs du marché s’engagent et adhèrent à des objectifs de développement durable contraignants. Grâce à leur rayonnement, ils peuvent considérablement accélérer les changements dans le secteur. Mais les marques plus modestes ont elles aussi un rôle déterminant à jouer. Par rapport aux grands groupes, elles sont souvent capables de réagir plus rapidement aux avancées scientifiques, de tester des solutions innovantes et d’établir ainsi de nouvelles normes.
Dans quels domaines le besoin de sensibilisation est-il actuellement le plus important en matière de consommation durable?
Ce sont souvent les gestes les plus simples qui ont le plus d’impact. Il s’agit avant tout d’acheter moins de vêtements et de porter plus longtemps ceux que l’on possède déjà. Beaucoup de gens sous-estiment l’influence de ces choix sur l’empreinte environnementale d’un vêtement. Il reste également beaucoup à faire en matière de sensibilisation à l’entretien des vêtements. En entretenant correctement ses vêtements, on peut prolonger leur durée de vie et réduire leur impact sur l’environnement. Il s’agit par exemple de ne les laver qu’à basse température, de ne pas utiliser de sèche-linge et de ne les repasser que lorsque cela est vraiment nécessaire.
Comment vérifier si une marque de vêtements est réellement durable?
Les rapports de développement durable et les certifications environnementales ou de commerce équitable peuvent constituer des repères utiles. Ils indiquent si une entreprise se préoccupe de questions telles que le respect de l’environnement, les conditions de travail ou la transparence. Il convient toutefois de toujours replacer ces informations dans leur contexte. Les grandes entreprises de mode, en particulier, disposent souvent des ressources nécessaires pour élaborer des rapports de développement durable détaillés. Il en va de même pour les certifications: les processus correspondants peuvent être complexes et coûteux. Il n’est pas rare que des petites marques répondent aux exigences d’une certification, voire les dépassent, sans pour autant avoir les moyens de financer le processus de certification. En tant que consommateur ou consommatrice, il convient donc d’y regarder de plus près. Une marque communique-t-elle de manière transparente sur sa chaîne d’approvisionnement, ses matériaux et ses objectifs? Des mesures concrètes sont-elles mentionnées ou les déclarations restent-elles vagues?
Y a-t-il des marques que vous n’achetez jamais, par principe?
J’essaie d’acheter le moins possible de vêtements neufs et de soutenir les commerces locaux dès que possible. En règle générale, je n’achète pas dans les chaînes de fast-fashion comme H&M, Zara ou Mango. Mais je ne souhaite exclure aucune marque de manière catégorique. Pour moi, il est plus important de consommer de manière responsable et de prolonger la durée de vie des vêtements que de condamner en bloc certaines entreprises.
En tant que profane, comment peut-on savoir, lorsqu’on fait ses achats, si un vêtement a été fabriqué de manière durable? Existe-t-il des règles à ce sujet?
Il est souvent difficile d’évaluer la durabilité réelle d’un vêtement en se basant uniquement sur le produit lui-même. Il existe toutefois certains indices auxquels les consommateurs soucieux de l’environnement peuvent prêter attention. Parmi ceux-ci figurent une fabrication soignée, des coutures solides et des matières conçues pour durer. La qualité du tissu joue également un rôle: les matières très fines s’usent souvent plus rapidement et doivent être remplacées plus tôt. Une règle d’or consiste à ne choisir que des vêtements pouvant être portés longtemps. Un vêtement de grande qualité, qui peut être porté pendant plusieurs années, est généralement un choix plus durable qu’un article bon marché qui doit être remplacé au bout de peu de temps.
Quels sont les signes révélateurs du «greenwashing» dans le secteur de la mode?
Les notions floues de développement durable, dont les critères sont définis par l’entreprise elle-même, comme la ligne «Conscious» chez H&M, constituent un signal d’alerte. Je porte également un regard critique sur les campagnes de reprise de vêtements. Souvent, la destination des vêtements rapportés n’est pas communiquée de manière transparente. De plus, de tels programmes peuvent inciter à acheter de nouveaux vêtements, alors que l’approche la plus durable consiste à acheter moins et à utiliser les vêtements que l’on possède le plus longtemps possible.
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Prima pubblicazione:
13.7.2026
Ultimo aggiornamento:
15.7.2026
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